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lo scorso 26 ottobre quando i risultati delle elezioni politiche saranno comunicati ufficialmente, i cechi potrebbero avere una brutta sorpresa. Il partito comunista, al potere per 41 anni dopo il colpo di Stato staliniano del 1948, potrebbe rientrare nella stanza dei bottoni. Questo accadrà se saranno confermati i sondaggi che indicano i socialdemocratici come vincitori e gli eredi mai pentiti del regime filosovietico caduto con la Rivoluzione di Velluto del novembre 1989 come loro inediti e indispensabili alleati in una coalizione di sinistra.

 

comunismo Praga

Ma cosa succede a Praga? Forse che i cechi sono stati presi da amnesia collettiva e desiderano riaffidarsi alle mani di chi tanto a lungo li oppresse per conto dei russi trasformando una delle più avanzate realtà industriali degli anni Trenta in un Paese impoverito, inquinatissimo e senza libertà? Non scherziamo. Il consenso del Kcsm (il «partito comunista ceco e moravo» che apertamente tesse ancor oggi le lodi del tetro quarantennio del socialismo reale) continua a veleggiare tra un modesto 10 e un decoroso 15 per cento. Sono semmai i socialdemocratici del presidente Milos Zeman ad aver cambiato idea e a dirsi per la prima volta disponibili a sdoganarli. Come dice candidamente il loro aspirante premier Bohuslav Sobotka, «cerchiamo alleati per formare il governo e non troviamo che i comunisti».
In realtà un ipotetico governo monocolore socialdemocratico con l’appoggio esterno comunista potrebbe diventare realtà solo a causa della vera maledizione della politica ceca di oggi: la sua endemica corruzione. Troppi politici dei vari partiti di centrodestra che si sono succeduti al governo in questi 24 anni hanno approfittato del «fattore K» per abusare del loro potere e arricchirsi sfacciatamente, contribuendo a spingere all’estremo il tradizionale disincantato scetticismo dei boemi.
L’ipotesi del ritorno dei comunisti nella sala di comando a Praga provoca molto sconcerto, ben espresso dall’artista David Cerny che ha inaugurato pochi giorni fa una sua provocatoria scultura di una mano con un enorme dito medio orientato verso il Castello, residenza di Zeman che notoriamente vedrebbe con favore l’inedita alleanza di ultrasinistra.

Cerny è famoso anche per il carro armato dipinto di rosa che espose a Praga nel 1991 per dare un beffardo addio ai soldati russi che lasciavano l’allora Cecoslovacchia. Altri anonimi oppositori del ritorno di un incubo (i comunisti uccisero non meno di 270 «nemici del popolo» durante il regime e ne incarcerarono decine di migliaia tra cui l’amatissimo ex presidente Vaclav Havel) hanno scelto un messaggio più truce e hanno fatto trovare a Praga e in altre città ceche dei manichini bianchi impiccati ai lampioni con corde rosse e un cartello con la scritta: «Era contro il comunismo».
Non è detto comunque che le preferenze di Zeman si avverino. Proprio per la loro disponibilità ad allearsi con coloro che 65 anni fa li costrinsero a farsi assorbire in un menzognero «fronte popolare» guidato dallo stalinista Klement Gottwald, i socialdemocratici sembrano perdere consensi alla vigilia del voto.

Se ne avvantaggerebbero però i nuovi volti dell’antipolitica, in particolare quella «Iniziativa dei cittadini scontenti» generosamente finanziata dal ricco magnate Andrej Babis che potrebbe diventare dal nulla il secondo partito del Paese. Babis è stato superficialmnete definito il Berlusconi ceco, ma c’è chi ricorda un suo presunto passato di agente della polizia segreta comunista. Ancora il passato che torna e allunga la sua ombra su Praga.